Rimborso Windows: ridefinito il concetto di perplessità
Siamo giunti ad una “conclusione” (per modo di dire) tutt’altro che sensata, tutt’altro che coerente col resto degli avvenimenti in Italia e all’estero, alla vicenda sul rimborso di Windows. Come vi avevo scritto l’ultima volta, la sentenza di appello a Firenze ha confermato come software e hardware siano due beni di tipo diverso, protagonisti di due contratti di tipo diverso (un contratto di vendita “classico” e un contratto per adesione alla locazione).
Ebbene, nonostante ciò, il Giudice di Pace di Bassano del Grappa, con sentenza 1016/2010, ha pronunciato che nella mia vicenda contrattuale con Dell sia stato stipulato un solo contratto “che vale” (scusate se lo dico con parole semplici) e cioè quello di acquisto. In sostanza pare che il testo della EULA di Windows sia ininfluente. Questa decisione, di cui comunque io e il mio avvocato prendiamo atto, “cozza” violentemente contro a quanto già stabilito dal Giudice di Pace di Firenze e poi riconfermato in appello nella stessa città in una vicenda del tutto analoga.
Anzi, se devo essere sincero, a mio avviso più che analoga è identica: stessi presupposti, stessa situazione, stesso comportamento dei clienti, stesso comportamento delle società citate in giudizio.
Sentenze diverse.
Questo può accadere, certamente. In Italia. Non sono certo un esperto di diritto, e su questo forse l’avvocato Tiziano Solignani vorrà spendere qualche parola in più, però so che qui è ben diverso dagli Stati Uniti d’America. Negli USA, una sentenza ha valore come precedente, e quindi influisce in modo opportuno sui giudizi successivi. Nel nostro paese la mancanza di una cosa simile comporta che in ogni procedimento bisogna riscoprire l’acqua calda, “reinventare” da capo tutte le motivazioni e buttare via gli sforzi fatti in precedenza.
Al di là di questa momentanea “vittoria” di Dell (non si sa quanto felice, visto che per non pagare 180 euro ne hanno persi quasi 300 di loro spese legali) si evince il fatto che in mancanza di una legislazione chiara e specifica le cose non possono andare avanti con coerenza. Possiamo biasimare il giudice che ha rigettato la mia domanda? Assolutamente no: i contratti sono subdoli, vaghi e contraddittori di proposito. Quindi è molto difficile stabilire chi ha ragione, perché purtroppo il buon senso non è sufficiente. L’unica cosa che potrebbe far chiarezza è la proposta che da anni il professor Renzo Davoli porta avanti, cioè l’obbligo per legge di separare i prezzi di hardware e software, permettendo di scegliere cosa comprare.
Ma come è prevedibile, pure la voce di un illustre docente universitario non viene minimamente considerata, e ragionevolmente potrei dire che la maggioranza dei cittadini italiani neppure conosce questa cosa.
Le prossime mosse possibili, da ciò che ho potuto vedere, sono tre:
- procedere in appello davanti al tribunale
- pregare e sperare che “prima o poi” la class action che da un anno teoricamente esiste possa essere effettivamente svolta in Italia
- sensibilizzare circa 60 milioni di persone su un grave problema che sicuramente ignorano
La terza è molto affascinante e richiede un paio di lustri, la prima è poco realizzabile. Probabilmente procederò con la seconda, anche se i tentativi di contattare ADUC, lasciatemelo dire, sono piuttosto deludenti (se rispondono, lo fanno in modo sbrigativo come se chi li contatta li stesse infastidendo).
Se desiderate potete leggere il testo della sentenza integrale così anche voi potrete rendervi conto che nella vita non avete mai capito prima di ora cosa significhi essere perplessi!
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) e quindi sono stato preso da tante cose. Comunque il progetto
Finiscono dicendo che le loro ragioni sono confermate dalla sentenza del Giudice di Pace di Firenze (sentenza che, vi ricordo, aveva condannato HP a rimborsare un cliente). Mah.




