ago
25

Usare il pacchetto LaTeX xfrac su Ubuntu Lucid

 

Questo è un post per smaliziati utenti LaTeX. Capita spesso di dover inserire nei propri documenti delle frazioni, e sarebbe bello ed esteticamente gradevole farlo usando non solo la solita piatta linea orizzontale di frazione, ma una bella sbarra obliqua. Il pacchetto che permette ciò è xfrac, ed ha un’altra importante caratteristica: riesce agevolmente a gestire tutti i tipi di font usati per il testo, senza generare fastidiose incongruenze.

Purtroppo xfrac non è compreso in TeXLive, la distribuzione LaTeX pacchettizzata per Debian ed Ubuntu, e tocca installarlo manualmente. Ma anche dopo averlo installato, si avrà un errore. Vediamo come procedere:

Scarichiamo il pacchetto da CTAN:

wget http://mirror.ctan.org/macros/latex/contrib/mh.zip

Spostiamolo nella cartella di sistema di LaTeX, estraiamo l’archivio e cancelliamo lo zip:

sudo mv mh.zip /usr/share/texmf/tex/latex
sudo unzip /usr/share/texmf/tex/latex/mh.zip
sudo rm mh.zip

entriamo nella cartella e compiliamo il pacchetto

cd mh
sudo tex *.dtx

In questo momento, il pacchetto avrebbe dovuto funzionare, ma ci darà errore perchè, come è stato segnalato nel bug tracker di Debian, xfrac dipende da alcuni file di stile (template.sty) che sono presenti nella nuova distribuzione di LaTeX (LaTeX3). Quindi, adesso sarà sufficiente installare l’apposito pacchetto e rigenerare la cache dei file di stile:

sudo apt-get install texlive-latex3
sudo texhash

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ago
25

Usare il pacchetto LaTeX xfrac su Ubuntu Lucid

 

Questo è un post per smaliziati utenti LaTeX. Capita spesso di dover inserire nei propri documenti delle frazioni, e sarebbe bello ed esteticamente gradevole farlo usando non solo la solita piatta linea orizzontale di frazione, ma una bella sbarra obliqua. Il pacchetto che permette ciò è xfrac, ed ha un’altra importante caratteristica: riesce agevolmente a gestire tutti i tipi di font usati per il testo, senza generare fastidiose incongruenze.

Purtroppo xfrac non è compreso in TeXLive, la distribuzione LaTeX pacchettizzata per Debian ed Ubuntu, e tocca installarlo manualmente. Ma anche dopo averlo installato, si avrà un errore. Vediamo come procedere:

Scarichiamo il pacchetto da CTAN:

wget http://mirror.ctan.org/macros/latex/contrib/mh.zip

Spostiamolo nella cartella di sistema di LaTeX, estraiamo l’archivio e cancelliamo lo zip:

sudo mv mh.zip /usr/share/texmf/tex/latex
sudo unzip /usr/share/texmf/tex/latex/mh.zip
sudo rm mh.zip

entriamo nella cartella e compiliamo il pacchetto

cd mh
sudo tex *.dtx

In questo momento, il pacchetto avrebbe dovuto funzionare, ma ci darà errore perchè, come è stato segnalato nel bug tracker di Debian, xfrac dipende da alcuni file di stile (template.sty) che sono presenti nella nuova distribuzione di LaTeX (LaTeX3). Quindi, adesso sarà sufficiente installare l’apposito pacchetto e rigenerare la cache dei file di stile:

sudo apt-get install texlive-latex3
sudo texhash

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ago
25

WordPress latex plugin!

 

This blog is now latex-powered! LOL

 underset{	ext{pirosseno ferroso}}{4FeSiO_{3}}+O_{2}+nH_{2}O<br />
ightleftharpoons underset{	ext{limonite}}{4FeO_{3}cdot nH_{2}O}+underset{	ext{silice disciolta}}{4SiO_{2}}

Latex code generated using WP QuickLatex and code:

underset{	ext{pirosseno ferroso}}{4FeSiO_{3}}+O_{2}+nH_{2}O
ightleftharpoons underset{	ext{limonite}}{4FeO_{3}cdot nH_{2}O}+underset{	ext{silice disciolta}}{4SiO_{2}}

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ago
25

Installare TeXLive da CTAN su Ubuntu Lucid

 

LaTeX: S_{r}=frac{V_{w}}{V_{v}}=left{frac{G_{w}cdot w}{e}<br />
ight}

Per i puristi del TeX: in questo post cerco di semplificare la situazione per i niubbi come me, abbiate pazienza :) Aggiungo anche: questa guida è stata scritta un mesetto dopo aver fatto esperienza con TeXLive, se c’è qualche errore segnalatemelo! Il tutto è da intendersi testato su Ubuntu Lucid.

Recentemente, grazie a qualche dritta da parte di un “passante”, Roberto, e motivato da qualche disavventura, ho scoperto un sistema alternativo per l’utilizzo di TeXLive su Ubuntu/Debian. In effetti, senza niente togliere al fantastico lavoro dei contributor e dei mantainer Debian/Ubuntu, trovo inefficiente la gestione dei pacchetti LaTeX. Ma andiamo con ordine.

LaTeX è un linguaggio di markup per la redazione di documenti professionali, particolarmente utile in ambito scientifico perchè permette di ottenere risultati incomparabili rispetto a qualsiasi altro editor per qualità, semplicità ed efficienza del sistema. LaTeX è distribuito in pacchetti, ognuno dei quali ha una propria funzione. I pacchetti sono organizzati in un repository online (CTAN, Comprehensive TeX Archive Network). Debian non fa altro che creare raccolte di questi pacchetti in base alle loro funzioni, e li distribuisce. Com’è ovvio, i pacchetti vengono aggiornati molto più spesso di quanto la stessa Debian non faccia, ma utilizzando i pacchetti della distribuzione ci si costringe a “congelare” la propria versione dei pacchetti LaTeX per uno o due anni, rinunciando alle features che possono essere introdotte nel frattempo.

Partendo da CTAN, su base annuale vengono sfornate distribuzioni di pacchetti LaTeX, tra le quali le più famose sono TeXLive (per Unix) e MikTeX (per Linux). E installare TeXLive dai repository di Debian, come abbiamo visto sopra, è forse la maniera più inefficiente di gestire uno strumento che si aggiorna molto più frequentemente di quanto la stessa Debian non faccia. Ma lo svantaggio è anche un altro: ogni pacchetto di TeXLive in Debian contiene per ovvie ragioni decine di pacchetti LaTeX, molti dei quali probabilmente a noi non servono ed occupano solo spazio sul disco fisso (sul PC di casa possiamo anche soprassedere, ma vogliamo parlare di quanto spazio TeXLive si mangia sul netbook?). Quindi, o tutto o niente: su Debian non è possibile installare da repository solo il pacchettino LaTeX che ci interessa per le funzioni matematiche, tocca beccarci tutto il “latex-science”, con decine di tool che non useremo mai.

Come risolvere? Semplice: disinstalliamo i pacchetti texlive di Debian e facciamo partire l’installer di TeXLive per Unix/Linux.

sudo apt-get remove --purge texlive*

È probabile che con TexLive vengano disinstallati anche altri programmi che su questo si appoggiavano, come LyX o Kyle. Non ci pensate, risolveremo dopo, anche perchè solo TeXLive verrà rimosso integralmente con tutti i suoi file di configurazione, mentre LyX e gli altri verranno rimossi in maniera “soft”, mantenendo tutte le impostazioni e configurazioni, che ritroveremo dopo una nuova installazione. A questo punto puliamo anche tutti i file della vecchia TeXLive:

sudo rm -r /usr/share/texmf

Scarichiamo ed estraiamo l’installer da rete di TeXLive:

wget http://ftp.uniroma2.it/TeX/systems/texlive/tlnet/install-tl.zip
unzip install-tl.zip
rm install-tl.zip

Adesso siamo pronti ad installare le librerie Wx di Perl per avviare l’interfaccia grafica dell’installer, e far partire l’installazione. L’installazione dei pacchetti avviene interamente scaricando i vari file da internet, quindi assicuratevi di poter tenere acceso il PC anche per mezza giornata (a seconda della quantità di pacchetti di default che vorrete installare, ed in funzione della velocità della vostra connessione). Il “sudo” dell’ultimo comando è importante perchè l’installazione di default di TeXLive è in una cartella di sistema (/usr/local/texlive per la precisione).

sudo apt-get install libwx-perl
cd install-tl*
sudo perl install-tl --gui

Le opzioni da selezionare in questa fase sono altamente soggettive, ma grossomodo:

  • Schemi selezionati: evitate scheme-full, installerà l’intera TeXLive, son diversi Gib e probabilmente non vi servirà mai tutto; basic-scheme per la mia esperienza è andato più che bene.
  • collezioni di base: permette di selezionare collezioni di pacchetti da installare in base alle loro funzioni; consigliati quelli scientifici, quelli per la grafica e quelli relativi alle bibliografie; se avete paura di mettere troppo o troppo poco, non vi preoccupate, TeXLive è così flessibile che dopo potrete aggiungere/rimuovere pacchetti senza sforzo e senza sporcare il sistema.
  • collezioni di lingue: spuntate solo quelle che realmente vi interessano (italiano, inglese, francese, spagnolo, ecc.)
  • installa la documentazione per font e macro: ho inserito “No” e vivo benissimo; idem per “Installa i sorgenti per font e macro”;
  • crea i collegamenti nelle directory di sistema: ho cambiato in “Si”, spuntando anche “crea i collegamenti simbolici nelle directory standard”, così da poter avere tutti i comandi di LaTeX a portata di mano anche dal terminale; vivamente consigliato.

Non resta che avviare l’installazione con “Installa TeXLive”. Al termine, avrete un sistema LaTeX personalizzato, perfettamente funzionante, flessibile e decisamente più leggero di quello installabile dai pacchetti Debian. Nei prossimi post vedremo come installare/rimuovere pacchetti LaTeX, come aggiornarli o esportare la lista dei pacchetti installati per l’installazione speculare su un’altra macchina. Commentate!

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ago
25

Backuppare i brani preferiti di Amarok 1.4 in Dropbox, con un comando

 

Dropbox dà dipendenza, inutile negarlo. Da quando la uso mi è venuta pian piano la mania di sincronizzare tutti i file di sistema vitali (bashrc, vimrc), un pò perchè uso molte macchine in diversi momenti o luoghi durante la giornata, un pò perchè mi da la sicurezza di avere almeno 3 copie dei miei file più importanti (tante sono le mie macchine). Ed oggi ho aggiunto un tassello al puzzle: la playlist dei miei brani preferiti in Amarok.

Sarà capitato anche a voi… di voler avere una lista backuppata dei vostri brani preferiti. Bene, solitamente quando un brano mi piace, gli assegno 5 stelle su Amarok (uso amarok 1.4, il 2 non mi convince per niente). In questo post vedremo proprio come creare una scorciatoia da terminale per ordinare ad Amarok di salvare in un file .m3u, in una cartella a nostro piacimento, ad esempio… Dropbox! Il gioco sta tutto in dcop, componente sul quale Amarok 1.4 basa molte delle sue funzioni relative alla gestione della musica (dcop è stato sostituito da d-bus in Amarok 2, per una migliore integrazione con KDE4).

La prima cosa da fare è impostare una “playlist veloce” in Amarok, inserendo come condizione da verificare per l’inclusione nella playlist che la valutazione sia massima (o comunque superiore ad una soglia di vostro gradimento). Diamo un nome alla playlist che si possa ricordare, ad esempio “bellissime”.

Possiamo quindi passare ad Amarok, dopo averlo aperto, i seguenti comandi tramite dcop:

dcop amarok playlistbrowser loadPlaylist bellissime

Permette di caricare la playlist “bellissime” nel player

dcop amarok playlist saveM3u bellissime.m3u /home/user

Permette di esportare la playlist appena caricata nella propria home, sostituendo ovviamente “user” con il proprio nome utente.

Possiamo quindi provare a concatenare i comandi, in un’unica stringa da aggiungere ai nostri alias di .bashrc, ad esempio:

dcop amarok playlistbrowser loadPlaylist bellissime &amp;&amp; dcop amarok playlist saveM3u bellissime.m3u /home/user &amp;&amp; mv /home/user/bellissime.m3u ~/Dropbox/bellissime.m3u

So che si poteva tranquillamente evitare l’ultimo comando, ma ho preferito aggiungere un passaggio per rendere le cose più semplici. Il nostro alias da aggiungere al file ~/.bashrc, quindi sarebbe:

alias amarok-backup='dcop amarok playlistbrowser loadPlaylist bellissime &amp;&amp; dcop amarok playlist saveM3u bellissime.m3u /home/user &amp;&amp; mv /home/user/bellissime.m3u ~/Dropbox/bellissime.m3u'

Infine, aggiorniamo il nostro bashrc con

source ~/.bashrc

Dovremo solamente stare attenti a seguire bene la procedura prima di eseguire il comando “amarok-backup” da terminale, altrimenti potremmo incorrere in un crash (non chiedetemi perchè):

  • aprire amarok
  • cancellare dalla voce “playlist” del menù omonimo le vecchie playlist salvate in home e poi trasferite, altrimenti il nuovo backup non funzionerà
  • dare il comando “amarok-backup” da terminale
  • chiudere amarok

A ben pensarci, questo giochetto delle playlist si potrebbe fare anche con una query sul database SQLite di Amarok 1.4… ma oggi non ne avevo voglia :) Suggerimenti per rendere il tutto ancora più veloce?

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giu
01

ArcheoFOSS 2010, Foggia: diversi giorni dopo

 
Le giovani leve del software libero in archeologia :)

Le giovani leve del software libero in archeologia :)

Ho ripescato dalla mia penna USB alcune annotazioni scritte in treno durante i giorni dell’ArcheoFOSS di Foggia 2010. Le pubblico, con un pò di ritardo ;)

Le giovani leve del software libero in archeologia ;)

ArchaeoFOSS, primo giorno

Ieri e oggi sarò a Foggia, nel Museo Civico, per il Workshop Nazionale sul Software Libero in Archeologia, l’ArchaeoFOSS 2010. La conferenza è alla sua quinta edizione, e per quanto possano piacerci i formalismi, permettetemi, è proprio il caso di dire che “ruleggia”. È diventata un’incredibile fucina di idee, innovazione e proposte. La conferenza ha visto la partecipazione di più di una cinquantina di persone, di diversa estrazione, ma uniti dal proprio lavoro o dalla propria passione, l’informatica ed il software libero applicati al campo archeologico. Il workshop, che l’anno scorso era a Roma, quest’anno è stato ospitato nel Museo Civico di Foggia (che consiglio a tutti di visitare, molto ricco e ben organizzato).

Programma della mattina:

  • breve introduzione dei professori e del rettore;
  • prima carrellata di interventi sulle tecnologie da campo open source (GPS e affini);
  • pausa pranzo (è incredibile quanto siano convenienti i ristoranti in centro a Foggia);
  • seconda carrellata pomeridiana sui database, condita da cenni sulle licenze libere;
  • tanta allegria.

Volendo fare una breve panoramica, negli ultimi anni si è avuta una vera e propria trasformazione del settore. Il campo dei beni culturali, nonostante possa essere trainante per l’economia del Paese, sta vivendo in questi anni un lento declino, dovuto soprattutto alla mancanza di fondi per gli interventi di valorizzazione del patrimonio (ricordate il crollo di una stanza della Domus Aurea a Roma qualche tempo fa?).

A questa situazione imbarazzante gli archeologi hanno risposto con il software libero: è nata addirittura una distribuzione GNU/Linux, ArcheOS, che integra tutto il software necessario al lavoro “scientifico” dello scavo. Vi starete chiedendo: “sul serio gli archeologi capiscono qualcosa di informatica?”. Beh… si :)

In soldoni, lo scavo archeologico a partire dagli Anni 60 è diventato uno scavo “stratigrafico”, ovvero un’analisi minuziosa delle sovrapposizioni di più “strati” di cultura umana nel corso dei secoli. Il compito dell’archeologo è smontare pezzo per pezzo questi strati, rispettando la cronologia e facendo un viaggio nel tempo partendo dal più esterno (e recente) per finire allo strato più interno (antico). In tutto questo processo analitico l’archeologo viene aiutato da strumentazione scientifica importante: laser scanner, stazione totale, database, nei casi più tecnologici persino reti wifi ad ampio raggio per la trasmissione dei dati, reti bluetooth,  e soprattutto dispositivi GPS e DGPS, sino ad arrivare a sistemi GIS anche molto complessi.

Il mestiere dell’archeologo sta diventando sempre più scientifico e sempre più preciso, oltre che più tecnologico. Ma la tecnologia, si sa, costa. Soprattutto quando l’hardware è molto particolare (ad esempio la stazione totale, ed i driver sono proprietari. In quest’ottica, l’importanza del Software Libero è fondamentale, perchè permette di risparmiare sulle licenze ed ottenere risultati identici se non migliori di quelli ottenuti con software proprietari. Ed è così che nascono i progetti presentati all’ArchaeoFOSS. Anche in questo caso, è facile dirlo, molti di “noi” salgono già sulle spalle dei giganti. Tanti software GIS offrono soluzioni già pronte per immagazzinare i dati ed elaborarli secondo i più efficaci algoritmi. Molti software per la gestione del dato geografico offrono soluzioni di impressionante potenza per la gestione di basi di dati geografiche, come PostGIS e PostgreSQL, passando per QuantumGIS e GRASS GIS.

Salvo poi svilupparle appositamente per le proprie esigenze, come accade spesso. Oppure, tentare di sviluppare dei driver alternativi per il trasferimento dei dati da dispositivi completamente proprietari, come hanno fatto Stefano Costa e Luca Bezzi, con TotalOpenStation, un software per il trasferimento dei dati registrati dalla stazione totale al PC e ai palmari dotati di sistema operativo GNU/Linux, come Openmoko o Maemo.

Ma le novità hanno raggiunto orizzonti impressionanti. Sono allo studio da parte di alcune università di sistemi di analisi basati su software GIS open source, mentre in alcuni punti d’Italia (soprattutto a Napoli e Foggia) sono allo studio sistemi di ricostruzione di scavi archeologici in 3D, in stile Second Life, realizzati rigorosamente su Debian e solo con software open source (ricordate Blender?).

Comunque, resta invariata la mia opinione sulle comunità di sviluppo open source: detto in parole spicciole “si sta troppo bene”. Per quanto le conferenze tra archeologi possano apparire “noiose” agli osservatori esterni, bisogna riconoscere che la transizione è ormai completa: con l’ArcheoFOSS assistiamo ad un libero scambio di idee, progetti ed osservazioni, dibattiti accesi, confronti aperti in pieno stile open source. Le giacche eleganti e le cravatte hanno abbandonato la sala per fare spazio a soluzioni più “smart”, come gli scarponcini da escursione e i pantaloni con i tasconi. I taccuini lasciano spazio ai portatili. La simpatia scorre a fiumi e l’atmosfera positiva permea un pò tutto. In effetti, c’è molto da stare allegri. Ho visto persino qualche partecipante in giro con una lattina di Coca “Ubuntu” :D
Ce n’è insomma per tutti i gusti. Ora sono in treno verso Foggia per una mattinata di dibattito sullo scenario dell’open source in archeologia e per un pomeriggio di laboratori pratici con MeshLab.

ArcheoFOSS, secondo giorno

Uno degli aspetti più interessanti dell’ArcheoFOSS è l’accento che è stato posto sulla collaborazione: adesso lascio da parte la mia inclinazione a considerare le discipline scientifiche più “collaborative” di quelle umanistiche; d’altro canto è anche vero che l’ambito archeologico è da sempre soggetto (almeno per la mia limitata esperienza) a “particolarismi” nella ricerca e gelosia delle proprie scoperte. Se questo comportamento può essere considerato “normale” o “accettabile” nel contesto accademico, diventa assolutamente deleterio quando si discute di software libero e ci si confronta sulle metodologie scientifiche da applicare alla comunicazione e diffusione del dato. Avere delle buone fonti, è importante. Citarle anche. Ma condividere probailmente lo è di più.

Ma condividere significa anche avere delle licenze che riescano a garantire le condizioni della condivisione, che riescano a tutelare chi pubblica e chi utilizza il dato. Tali licenze non dovrebbero essere necessariamente sviluppate da zero, esiste un enorme e variegato ventaglio di possibilità, per divulgare sia contenuti multimediali che database di varia natura.

Insomma, il XXI secolo porterà con se una modalità di ricerca che va ben oltre quella tradizionale, che coinvolge tutti i ricercatori in varie discipline. Multidisciplinarietà, ecco la parola d’ordine. È quindi naturale che occorre coinvolgere nel nuovo panorama archeo-informatico persone che abbiano un’idea precisa di cosa siano le licenze, così come sono indispensabili archeologi, informatici, geek, geografi, analisti, esperti nel 3D e nella storiografia, nello stesso tempo e nello stesso luogo: la rete.

Da questo punto di vista negli ultimi anni si sono fatti enormi passi avanti, anche grazie alla consapevolezza che condividere porta alla crescita, ma molto c’è ancora da fare. Un buon punto di partenza è il sistema dell’istruzione superiore, l’ambiente accademico. Gran parte dei laboratori di rilievo archeologico sparsi per la penisola usano solo software proprietario (e Bari non fa eccezione), laddove il software libero in campo geografico costituisce un’eccellenza su sistemi GNU/Linux. Ecco, partire dall’istruzione significa formare una nuova generazione di archeologi dalla mente aperta.

Provando a discuterne con un professore universitario, la prima obiezione mossa è stata “Ok, se volessi cominciare domani, che risorse abbiamo? Possiamo scrivere delle dispense?” L’osservazione è comprensibile e giustificabile. Ed ecco secondo me il punto nodale: le risorse. Esistono centinaia di pubblicazioni sull’argomento, ma pochi howto. Partendo dalla mia esperienza nel campo del software libero, mi sembra quasi naturale che il maggior coinvolgimento attivo di nuovi volontari si abbia nei progetti ben documentati, che hanno un corpus di manuali e wiki attivamente sviluppati ed aggiornati (un modello a noi vicino, tra tutti, è proprio il wiki di Ubuntu-it). E qui torniamo a bomba.

Per sviluppare il settore del software libero in archeologia, i temi del libero accesso alla conoscenza e della libertà di scelta, servono persone consapevoli ed esperte. Queste persone vanno formate. Il luogo di formazione, almeno in ambito archeologico, dovrebbe essere una specie di limbo a metà strada tra la rete e le università. Ma per insegnare serve una buona documentazione, che solo una comunità di sviluppatori coesa è in grado di scrivere.

La morale dal mio punto di vista: dobbiamo fare comunità. Può sembrare quasi scontato, e forse non c’era bisogno di tutte queste parole per arrivarci, ma credo di aver fatto un buon sunto dei vari aspetti che portano a condensare l’importanza di uno spazio aperto a tutti ma comune a tutti, dove si possano raccogliere le esperienze, le idee e gli interrogativi sull’informatica libera applicata all’archeologia e alla tutela dei beni culturali. Il nostro punto di partenza: creare un wiki, un forum o un canale IRC, una mailing list e un planet. Incontrarsi e discutere, essere multidisciplinari e aperti, organizzare e creare degli standars: sono tutti attributi di una comunità libera.

Dopo qualche anno di ArcheoFOSS, quest’anno il Laboratorio di Informatica Applicata all’Archeologia dell’Università di Foggia si è accollata l’impegno di creare un’infrastruttura di comunicazione. Cercherò dal canto mio di contribuire quanto più possibile a costruire una realtà online nella quale confrontarsi.

Concludo con l’osservazione IMHO più interessante emersa quest’anno (alla quale non posso però associare un autore): il tecnologo che aiuta lo storico/archeologo è una figura superata: il tecnologo contribuisce attivamente alla ricerca e all’introduzione di nuove idee. Speriamo sia così :)

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giu
01

Richard Stallman a Foggia: impressioni

 

RMS durante il talk a Foggia

Come ho scritto qualche post fa, le cose accadono, per caso, improvvisamente. Ed è proprio così che son venuto a sapere che RMS avrebbe tenuto una lectio magistralis (o come piace dire a noi geek, un talk) nel liceo classico Lanza di Foggia. Come ho raccontato ai miei giovani amici in treno, quando cominciai ad usare sistemi GNU/Linux, mai avrei immaginato un giorno di poter incontrare di persona RMS. Eppure, succede.

L’aula magna del liceo Lanza è veramente imponente, anche il servizio d’ordine a cura degli studenti è stato notevole. Molto francamente, è stato un peccato che si sia dovuto procedere a 15 minuti di ringraziamenti, convenevoli e campanilismi da parte di una discreta quantità di docenti, prima di poter sentire RMS parlare.
Ed è stato un peccato anche dover assistere all’inizio del talk a scortesi richieste di traduzione, che hanno interrotto l’introduzione di Stallman, irritandolo non poco.

Però, insomma, ne è valsa la pena. In realtà ciò che ha detto RMS non è stato molto di più di quanto non sia già riportato nei suoi libri, alcuni dei quali disponibili anche in italiano. Però ciò che colpisce maggiormente è la determinazione di un uomo che crede realmente in ciò che fa, e grazie al quale buona parte degli strumenti liberi che abbiamo dal punto di vista software ha avuto origine. Insomma, per chi non ha mai letto niente della filosofia di RMS, un suo talk è imperdibile, almeno per i contenuti. Per chi già lo conosce, è  ugualmente imperdibile, per lo spirito di lealtà, onestà e rettitudine morale (su ciò che riguarda il software libero, ovviamente!).

Critiche allo stato delle cose? Ce n’è per tutti: per Skype, per Flash, per Apple, Microsoft e alcune altre situazioni che non riesco a ricordare. Ma di fondo, la guerra portata avanti dalla FSF è sempre la stessa: esistono produttori di software che utilizzano software libero senza rispettare le condizioni di licenza (ad esempio, senza notificare nel manuale o nella confezione che parte del software impiegato è rilasciato sotto licenza GNU o senza rilasciare il codice sorgente); oppure esistono situazioni in cui il controllo sul software viene effettuato anche quando bisogna cambiare la batteria al dispositivo (è esattamente ciò che fa Apple con l’iPod). O ancora, esistono i DRM, e questo è un capitolo a parte, ma che mette comunque a rischio la libertà di scambio/condivisione dell’informazione. Qualche piccolo rischio tocca anche agli utenti Ubuntu, è sempre bene tenere gli occhi aperti ai pacchetti proprietari (a proposito, installate questo!)

Esiste un interessante ventaglio di possibili violazioni della licenza GNU e di minacce alle nostre libertà personali. Ed una delle cose che più mi ha colpito di RMS è la sua totale americanità: da alcune sue espressioni ho percepito a pelle la delusione e la rabbia di un cittadino americano che è cresciuto negli USA in cui venivano garantiti a tutti i propri diritti e libertà, e ha visto lentamente trasformare la propria patria in un deserto dei DRM e di software proprietario. Credo che se fosse un pò più esibizionista, RMS si sarebbe fatto tatuare la statua della libertà sulla schiena :)

Ci sarebbe tanto da dire ancora, ma vi lascio con un paio di impressioni:

  • La filosofia del software libero è come il riciclaggio ed il rispetto dell’ambiente: è una buona abitudine quotidiana. Utilizzando ogni giorno solo software libero si entra in una sfera di normalità, esattamente come buttare le bottiglie in plastica nel bidone della plastica ed i vecchi giornali in quello della carta; diventa talmente un’abitudine che non ci si fa più neanche caso, e non si avverte più il peso nè la noia del gesto stesso. Lo stadio finale è che si è talmente abituati a utilizzare strumenti liberi (o a fare il riciclaggio) che diventa impensabile pensare di non doverlo più fare.
  • La seconda condiserazione è una nota di buon umore: il pubblico di Stallman era meravigliosamente variegato, composto da studenti delle scuole superiori come da universitari, da professori così come da professionisti, da metallari tatuati e piercingati a nerd con la maglia della propria distro GNU/Linux preferita. Cosa significa questo? Semplice, che la libertà del software, in un mondo in cui per gran parte delle nostre azioni quotidiane è necessario utilizzare un programma (sia esso per mandare email, per lavare i panni o guardare un film) è trasversale all’età, all’estrazione sociale a alla formazione. La libertà del software è come il trattato internazionale sui diritti umani: dovrebbe essere garantita ad ogni individuo dal momento della nascita.

Per concludere, ringrazio pubblicamente tutti quelli che hanno contribuito ad organizzare l’evento, i volontari del Lanza e in primis Flavio Tisi, che ha contattato RMS e le istituzioni che cominciano ad aprire gli occhi e spalancare le orecchie alle novità del software libero :)

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mag
18

Things happen

 

Già, e succedono anche più in fretta di quanto abbia tempo di raccontare. Il web è pieno di blog che spolpano ogni singola virgola di ciò che accade nel mondo del software libero, per questo vorrei essere originale e raccontare storie di prima mano, ciò che accade nella mia giornata, ed ha a che fare con free software.
Però per fare questo, serve tempo, ed il tempo è sempre limitato. Cosa sta per arrivare:

  • ArcheoFOSS 2010: il software libero in archeologia, impressioni e considerazioni
  • Richard Stallman a Foggia, cos’è successo
  • la prima community virtuale degli archeologi che lavorano con software libero è in arrivo…
  • OpenStreetMap riesce ad ottenere il permesso di ricalcare i WMS del Portale Cartografico Nazionale
  • e naturalmente, le mie impressioni sulla nuova Ubuntu ;)

Stay tuned ;)

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mag
18

Things happens

 

Già, e succedono anche più in fretta di quanto abbia tempo di raccontare. Il web è pieno di blog che spolpano ogni singola virgola di ciò che accade nel mondo del software libero, per questo vorrei essere originale e raccontare storie di prima mano, ciò che accade nella mia giornata, ed ha a che fare con free software.
Però per fare questo, serve tempo, ed il tempo è sempre limitato. Cosa sta per arrivare:

  • ArcheoFOSS 2010: il software libero in archeologia, impressioni e considerazioni
  • Richard Stallman a Foggia, cos’è successo
  • la prima community virtuale degli archeologi che lavorano con software libero è in arrivo…
  • OpenStreetMap riesce ad ottenere il permesso di ricalcare i WMS del Portale Cartografico Nazionale
  • e naturalmente, le mie impressioni sulla nuova Ubuntu ;)

Stay tuned ;)

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mag
01

Testo integrale della lectio magistralis di Lawrence Lessig in Parlamento

 

L’11 marzo 2010 il professore di Harvard Lawrence Lessig ha tenuto una lectio magistralis alla Camera dei Deputati, dal titolo “Internet è Libertà”. Per chi non lo sapesse, Lessig è colui che ha scritto le licenze Creative Commons e che ha fondato il Center for Ethics of Harward University. Insomma, un tipetto in gamba.

Per far si che l’importante messaggio su Internet e la libera trasmissione della cultura (ma detto così è veramente ai minimi termini) arrivi al pubblico italiano, così devastato da quotidiane ingiurie alla cultura del Web, riporto una mia personale traduzione della lectio di Lessig. Una traduzione altrettanto valida è quella fornita da Federico Guerrini sull’edizione online de La Stampa, che però ha il difetto di essere un pò troppo riassuntiva in alcuni punti. In realtà ho cominciato a lavorare su questa traduzione per sottotitolare il video, che rilascerò tra qualche giorno.

Lessig è uno dei liberi pensatori internazionali, che a mio parere trasmette un interessante punto di vista sul passato del diritto d’autore (dalle sue origini ad oggi) e trasmette un punto di vista straordinariamente aderente alla realtà di ciò che potrebbe essere il futuro della condivisione, visto non solo con gli occhi degli “anziani” legislatori, ma con quelli dei giovani (per i quali, in un certo senso, i legislatori di oggi lavorano).

Ovviamente, la mia traduzione non è perfetta, quindi gradirei molto che qualcuno segnalasse le imprecisioni e provvederò a correggerle nel minor tempo possibile ;) Buona lettura!

Signor Presidente, sono molto onorato e felice di avere l’opportunità di parlare in maniera così diretta. Vorrei cominciare con tre storie. La prima comincia nel 1976. All’epoca ero un giovane adolescente ossessionato da questa istituzione [simbolo del comunismo] non perchè ero comunista, (ero assolutamente fan di Ronald Reagan) ero rimasto semplicemente affascinato dopo la mia visita in Italia nel giugno del 1976 dove osservai la passione verso questa ideologia. Il fascino e la passione per questa istituzione mi hanno accompagnato quando, sei anni dopo, quando ero studente al college, ho viaggiato attraverso le quattro parti dell’Europa dell’Est che formavano la Repubblica Sovietica. Alcuni di voi potrebbero ricordare che all’epoca viaggiando in quei luoghi era normale portarsi dietro dei “gettoni” dell’Ovest ad esempio, gomme da masticare e sigarette, che si regalavano lungo il viaggio.

Quando arrivai in Bulgaria, l’ultimo dei Paesi che visitai, incontrai in alcuni bambini che giocavano in un parco, ed ofrii loro delle gomme da masticare; rimasi allibito: i bambini presero le gomme e non avevano alcuna idea di cosa stessi dando loro: non le avevano mai viste prima e non avevano nessuna concezione di cosa fossero.

Nel 2005 ho avuto l’opportunità di ritornare in Bulgaria, per intervenire con una lettura in questo posto straordinario, “The Red House” a Sofia, nella quale ho parlato a molti giovani bulgari. Ciò che osservai fu che, nel 2005, non erano molto differenti da altri giovani in qualunque altro posto in Occidente. Erano molto più informati a proposito di Internet di quanto non fossero i miei colleghi all’Università della California e a casa.

Questa è la seconda storia: nel 2003 sono stato invitato ad una conferenza da Viacom, una delle compagnie di comunicazione di spicco a livello mondiale, in questo posto straordinariamente bello in Arizona. Era una conferenza in cui io avrei espresso il mio contributo sul tema “Protezione del Copyright e Tecnologia”. Ma data la mia fama di “anarchico del copyright” tra i partecipanti, è stato come gettare giovani cristiani nel Colosseo, in quanto i leader di Viacom si sentirono in dovere di prendermi [idealmente] a pugni davanti al resto del personale dell’azienda. XX Redstone disse chiaramente che pensava alle mie idee come ad una guerra, e questa esecuzione fu così estrema che mi furono rivolte delle “scuse formali” dopo l’evento per il suo straordinario comportamento.

Ma dopo il mio intervento ed il mio scontro con i vertici più anziani di Viacom, un gruppetto di giovani manager [che organizza la produzione di un dispositivo musicale] mi prese da parte e mi disse: “Devi capire, questa è la Cina” e “aspettiamo che muoiano, poi andremo avanti”.

Infine, nel 2001 ho cominciato a lavorare con un gran numero di studenti francesi su argomenti relativi al Software e alla Cultura Liberi. La mia concezione di “amico” si formata lavorando con questi giovani studenti. Alla fine, fui invitato ad un evento ad Avignone, al Palazzo dei Papi, dove mi fu chiesto di parlare ai leader dell’industria culturale francese e del Ministero della Cultura. Dopo il discorso, fui accolto molto positivamente, e gli organizzatori dell’evento mi dissero: “discorso brillante… forse il migliore che abbia mai sentito” “ma sono assolutamente contrario a tutto ciò che hai detto”. Onestamente rimasi di stucco, perchè non avevo detto niente che avesse potuto trovare in disaccordo qualsiasi persona sana al mondo; il mio contributo era stato quanto più “normale” possibile. Cercai di capire cosa fosse stato ad aver portato queste persone ad essere così in disaccordo con tutto ciò che avevo detto. Seguii gli organizzatori dell’evento ad un dibattito con gli studenti all’università di Avignone, a cui parteciparono 9 leader dell’industria della comunicazione francese, ed il pubblico era formato da circa 300 studenti. Uno ad uno gli studenti rivolsero ai leader dell’industria della comunicazione domande a proposito di Internet, domande che mi sembravano ovvie e adeguate alla capacità ed al potenziale dei leader dell’industria. Uno ad uno gli studenti furono corretti dai leader aver frainteso il futuro del web. Un leader disse: “il mio lavoro è difendere gli usi che si stanno perdendo”. Questo portò uno studente vicino a me a sussurrare ad un suo amico: “il sogno dei dinosauri”.

Tre storie, questo è il punto: la divisione che c’è nel mondo oggi non è tanto quella delle nazioni, quanto quella delle generazioni. La separazione tra i membri di diverse nazionalità della generazione “giovane” è minore della separazione che ognuno di noi ha nella cultura della nazione in cui vive. Il divario [culturale] tra i giovani di diverse nazioni è minore del divario degli adulti tra diverse nazioni; ed il divario tra noi [adulti] e loro [giovani] è grande ed in crescita.

Creando leggi per noi [adulti], creiamo leggi contro loro [giovani]. Ma dobbiamo ricordare che non riusciremo mai a battere i giovani. E l’unica domanda è: “come ci ricorderanno”? Ci ricorderanno come io ricordo quest’uomo o come noi ricordiamo queste persone? Come “dinosauri”.

Questo è un evento per celebrare il Web. Per comprendere internet, dobbiamo prima comprendere cosa internet non è. Non possiamo capire Internet se pensiamo a delle delle applicazioni singole, come non si poteva capire la stampa pensando a dei libri specifici o l’importanza del mercato teorizzato da Adam Smith pensando ai beni che venivano scambiati sul mercato. Internet è una cosa che permette delle cose, come il mercato permetteva delle cose, come la stampa permetteva dellle cose. Che cos’è: “È un’architettura che permette innovazioni non pianificate e impreviste.”

Innovazione, quello che altri chiamano Libertà. Che tipo di innovazione? Se l’uomo fosse semplicemente buono, l’innovazione sarebbe semplicemente buona. Ma non devo essere un professore per ricordarvi che noi non siamo “semplicemente buoni”. Le nostre società sono un mix di bene e male: qui e dovunque ci sono bene e male. Quindi c’è del buono in Internet, come Google, Facebook ed anche iTunes e YouTube: buoni. E c’è del cattivo in internet: i virus, lo spam, zombie botnets, che rendono i computer controllabili e malware in generale. Queste cose sono viste come terribili e distruttive nella Rete. Ora, noi che tifiamo per internet passiamo troppo tempo ad elogiare il buono e a dimenticare il male. In questo momento noi ricordiamo entrambi, per capire come internet farà diventare la società in cui vivremo.

Ci sono tre concetti da ricordare: il primo è il copyright, nel contesto del giornalismo e del crescente impulso alla trasparenza.

Primo: il copyright. C’è del buono. Internet ha spinto l’innovazione, l’innovazione ha creato un’enorme varietà nella cultura accessibile tutti, una varietà commerciale, il mio collega Chris Anderson descrive questo con la dinamica della coda lunga. Internet permette ad una gamma molto più ampia di prodotti creativi di avere successo rispetto a quanto succedesse prima; però permette anche la creatività amatoriale, quella delle persone che creano per amore delle arti e non per i soldi. L’importanza della creatività amatoriale era cara a Jon Philips Sousa, che nel 1906 è andato al Congresso degli Stati Uniti per parlare della “macchina parlante”, come la chiamava, che era per lui alla rovina della creatività. “Queste macchine parlanti rovineranno il futuro della musica in questo paese quand’ero ragazzo davanti ogni casa in questo paese si vedevano dei canti dei ragazzi che cantavano le canzoni dell’epoca o delle canzoni vecchie oggi si sentono queste macchine infernali ad ogni ora del giorno e tutta la notte. Noi perderemo le nostre corde vocali, le corde vocali verranno eliminate dal processo di evoluzione, come si è perduta la coda dell’uomo quando si è evoluto dalla scimmia”. Quindi voglio che vi concentriate su quest’immagine, l’immagine dei giovani dell’epoca che stavano insieme e cantavano le canzoni dell’epoca o quelle più vecchie. Persone che partecipavano alla creazione o alla ricreazione della propria cultura. Sousa aveva ragione di temere che non sopravvivesse quell’immagine; la diffusione del vinile, la radiodiffusione, ci hanno trasformato in uditori passivi; però sbagliava se si pensa alle tecnologie del ventunesimo secolo.

Sono delle tecnologie che portano alla ripresa della cultura a cui pensava lui. Vi porto qualche esempio: sono sicuro che qualcuno di voi ha visto questa interpretazione straordinaria del canone In Re, da quando è stato messo su You Tube, più di 70 milioni di persone hanno visto questa interpretazione di un giovane ragazzo che con un berretto da baseball e una chitarra interpreta la propria variazione di questo classico. Da quando è stato pubblicato questo brano, centinaia di persone hanno avuto la stessa idea e hanno prodotto la propria variazione diffondendola sulla stessa piattaforma. Per esempio un ragazzo ha preso la musica dal video per produrre questo, questa ha ispirato qualcun altro a produrre questo… e poi ha ispirato un’altra persona a produrre questo. Chiaramente se Brooklyn lo può fare San Francisco può fare anche meglio. Il fatto è che questo è quello sognava Sousa quando parlava dei ragazzi che si riunivano cantare le canzoni dell’epoca. Oggi non lo fanno più fisicamente, ma si riuniscono intorno a una piattaforma digitale che ispira l’altra creatività. È anche grazie alle leggi che regolano questa piattaforma che può prodursi questa creatività, se si applicassero ad essa le stesse regole che vengono applicate ai vecchi media questa creatività sarebbe impossibile. Su YouTube ogni minuto ci sono 20 h di video, anzi, da quando ho iniziato a parlare oggi più di 12 giornate di video sono state caricate su You Tube. Qualsiasi regola che necessitasse la valutazione previa di questo materiale, porterebbe alla chiusura di siti come You Tube. Questo è il bene che è uscito da questa infrastruttura creativa, però c’è stato anche del male, come la pirateria p2p, di autori che non autorizzano la condivisione del proprio materiale. Non c’è dubbio che questo produca danni. La RIAA dice che ci sono 12,5 miliardi di danni l’anno. Io credo che queste stime siano esagerate, però non c’è bisogno di credere a queste stime; le vendite digitali sono aumentate del 940% mentre le vendite di dischi sono scese del 30%. Io credo che sarebbe giusto per il governo preoccuparsi dei danni che questo comporta per gli artisti ed è sicuro dal mio punto di vista che questa pirateria ha portato dei danni ad alcuni artisti e questo è un male che deriva da questa piattaforma dell’innovazione.

Pensiamo al giornalismo adesso, c’è del bene straordinario che viene prodotto da Internet per il giornalismo. C’è innovazione, e varietà delle nuove forme di giornalismo. Su dei siti possiamo vedere delle raccolte di articoli giornalistici, e poi c’è anche la produzione dilettante di Wikipedia e altri blog che anch’essi possono diventare commerciali se la richiesta d’informazione è alta. E questo è il bene. Ma c’è il male anche qui. L’aumento di media liberi e gratuiti comporta una pressione sul tipo di giornalismo che è essenziale per la democrazia, il giornalismo d’indagine, il giornalismo basato sulle analisi. L’immaagine del grande giornalismo è costruita anche da esempi come questo: il New York Times che pubblica i Pentagon Papers. Queste cose appartengono ad un momento brevissimo della storia della stampa, in cui la stampa aveva una forza, la stampa si difendeva nei confronti dei tribunali e questo ha avuto un effetto profondo su quello che pensavamo potesse essere la stampa ed un profondo effetto sulla storia. Io credo che purtroppo questo tempo sia passato nel mio Paese. Anche se ci sono ancora dei giornali non c’è più la stessa forza, la stessa spina dorsale in questi giornali per difendere la verità contro il potere del governo. Basti pensare al fatto che lo stesso New York Times non ha rivelato i dati sull’Iraq finché non è stata confermata l’elezione del presidente Bush. Chiaramente Internet aumenterà la pressione su questo tipo di giornalismo, con la riduzione del finanziamento incrociato alla stampa tradizionale. Questo è un problema per la democrazia.

Pensiamo poi alla questione della trasparenza; anche qui Internet ha prodotto benefici enormi, favorendo l’esplosione dell’efficienza e della trasparenza, ad esempio nella diffusione dei dati prodotti dai governi. L’amministrazione Obama ha esplorato le possibilità di rendere accessibili le informazioni in modo facilmente comprensibile. Data.gov ci presenta tutta una serie di dati che riguardano l’azione del governo, cui si può accedere in modo totalmente gratuito. E poi ci sono informazioni facilmente accessibili grazie a cui gli automobilisti possono trovare dei modi per consumare meno combustibile e anche in Gran Bretagna si rendono disponibili informazioni trasparenti sul funzionamento del Parlamento britannico. Senza dubbio, la maggior parte di questi progetti sono fantastici per la democrazia, essenziali per la democrazia. Ma ci sono anche qui dei costi: c’è un lato oscuro di questo movimento verso la trasparenza, vi dò un esempio possono avete visto questo film che parla del debito da carta di credito negli Stati Uniti. Una delle cause principali di questo problema è una legge si chiama legge per la Protezione dei consumatori e Prevenzione dell’abuso da bancarotta. In realtà non c’è protezione dei consumatori, in questa legge, che ha portato solo benifici alle banche, ed ha avuto l’effetto di rendere impossibile estinguere il debito da carta di credito. Quindi, aziende come Bethlehem Steel possono usare questa legge per evitare di pagare gli obblighi pensionistici, Enron l’ha usata per evitare gli obblighi energetici, ma non si possono evitare gli obblighi da carta di credito, che [i cittadini] si porteranno dietro per sempre.

Questa legge è stata proposta quando Clinton era presidente, e lui era a favore di essa, ma Hillary Clinton dopo aver letto un articolo sul New York Times ha cominciato a militare contro tale legge, contro tale Bill, ovvero “legge” in inglese, con la b maiuscola. Nonostante la legge fosse stata bloccata in precedenza, quando la signora è diventata senatore, a questo punto aveva ricevuto $ 140.000 in contributi dal settore dei servizi finanziari, quindi cosa fatto? Nel 2001 votato a favore di quella terribile legge, dper ue volte, dando il suo sostegno a questo cambiamento della legislazione. La senatrice Clinton ha detto non era per i soldi e ha difeso la sua decisione: “non credo che nessuno possa pensare che venga influenzata da una lobby, vista la mia esperienza di trent’anni – ha detto”. Io credo a Hilary Clinton, non credo che si possa diventare Hilary Clinton se è facile essere corrotti, e dovreste crederle anche voi, posso elencare 25 ragioni per cui la senatrice di New York abbia visto questa legge in modo diverso da come la vedeva da First Lady degli Stati Uniti. Ma il punto è: cosa avranno pensato gli altri, dopo aver sentito che aveva ricevuto $ 104.000 dal settore dei servizi finanziari; avranno pensato che aveva dei buoni motivi? Crederanno che lei abbia dato la risposta giusta, con una giusta motivazione? Questo è il lato oscuro della trasparenza. Finanziamento privato ad elezioni pubbliche. Questo tipo di dati aumenta lo scetticismo riguardo al funzionamento del Parlamento. L’80% delle persone in California pensa che i soldi comprano i risultati, il livello di fiducia del congresso di Stati Uniti e al livello più basso della storia. Forse c’erano più persone che erano a favore della monarchia inglese al tempo dell’Indipendenza, di quante ce ne siano ora a favore del Congresso. Questa è una conseguenza negativa. Quindi se mettiamo assieme questi aspetti positivi e negativi su una stessa pagina, come una pagella, possiamo vedere come questi vari aspetti hanno portato agli estremismi. Gli estremismi di sinistra della mia pagella ritengono che Internet dica di rifare costantemente la società e sono a favore del fatto che gli autori siano sotto pressione a causa di Internet; c’è un movimento abolizionista che ritiene si debba eliminare del tutto il diritto d’autore, che non ha più motivo d’esistere. Per quel che riguarda il giornalismo si dice che sono sufficienti i blog, non abbiamo più bisogno di professionisti che fanno le indagini, e il giornalismo amatoriale può scrivere tutto ciò di cui c’è bisogno. Nel contesto della trasparenza, si ritiene che manchi del tutto la trasparenza, a causa di un sistema di governo corrotto.

Ma ci sono estremismi anche a destra. La battaglia per il diritto d’autore porta a suggerire cambiamenti che potrebbero uccidere Internet. La morte del giornalismo porta le persone a pensare ancor di più alla necessità di uccidere internet. E chi viene messo in imbarazzo dalla trasparenza delle informazioni che sempre più circolano su internet chiede l’uccisione di internet.

Questo estremismi non vogliono riconoscere le ragioni degli altri, generando una grande situazione di “l’uno o l’altro”, quindi si ritiene che oggi ci debba essere o l’anarchia oppure uno Stato totalitario sostenuto da coloro che si oppongono alla rete. Questo è un grande errore. Invece dobbiamo trovare il giusto mezzo. Trovare un modo per credere nella Rete ma anche credere nel copyright, nel giornalismo ed avere fiducia nel governo. E la domanda non è “QUALE scegliere”: internet o copyright, internet o giornalismo, internet o fiducia nel governo. La domanda è “come possiamo ottenere entrambi?”.

Dobbiamo accettare il fatto che internet è qui e non andrà via; dobbiamo festeggiare che internet è qui e non andrà via. Ma dobbiamo pensare a come minimizzare i danni che questo grande mezzo ci da. Come?

Ci sono risposte ovvie già di 10 anni, per esempio per il diritto d’autore bisogna esercitare un controllo su come si utilizzano i lavori e garantire un compenso giusto per il lavoro che viene usato e trovare delle forme di compensazione per i danni arrecati dalla pirateria. Questa è l’idea al centro del libro del mio collega Terry Fisher ed è l’idea dei Verdi tedeschi, che loro chiamano “tariffa orizzontale della cultura”, per raccogliere fondi utili a compensare i danni dovuti alla condivisione del software via p2p.

Sulla questione giornalismo, il mio amico e collega Robert McChesney nel suo libro scrive della necessità di supporto pubblico a beni pubblici, ed il giornalismo investigativo è un bene pubblico. Attraverso fondazioni come ProPublica o la governativa National Public Radio dobbiamo trovare un mercato complementare, come è sempre stato storicamente negli USA.

Infine, nel contesto della trasparenza, che potremmo chiamare fiducia, abbiamo bisogno di eliminare le cause di sfiducia, di cambiare il finanziamento privato dei partiti alle elezioni pubbliche nel finanziamento pubblico alle elezioni pubbliche, e quindi far sì che la gente possa credere ragionevolmente che qualsiasi decisione non sia stata presa solo per denaro, rendendo impossibile credere che “i soldi comprano i risultati”.

Il punto è che dobbiamo accettare/festeggiare internet, e cercare di adattare e minimizzare i danni provocati da internet. Ancora oggi, fra gli attivisti di tutto il mondo non c’è nessuno che si faccia portavoce di queste posizioni in tutto il mondo, invece, in tutto il mondo, ci sono soltanto estremismi. Quindi per esempio nel contesto del copyright c’è una guerra, che un mio amico chiamava “guerra terroristica”, in cui i terroristi sono i nostri bambini. O nel contesto del giornalismo, i finanziamenti pubblici al giornalismo sono stati tagliati negli USA, credendo che il mercato privato potesse bastare da solo.

Nel contesto della fiducia: è aumentato enormemente il costo delle campagne politiche e i congressisti spendono il 30% del loro tempo per cercare i fondi per essere rieletti; la Corte Suprema ha eliminato quest’anno le basi costituzionali che permettevano al Congresso di limitare la spesa per sostenere un candidato. Le aziende quindi hanno possibilità illimitate di spendere quanti soldi vogliono per appggiare o contrastare un candidato alle elezioni, rafforzando il concetto che i soldi comprano i risultati. Tutto questo non fa altro che creare posizione estremiste, ovunque.

Dobbiamo imparare ad essere umili dal punto di vista legislativo. Il ventesimo secolo è stato un secolo dove la tecnologia ha reso possibile una mentalità dittatoriale; sono fiorite teorie totalitarie. Tecnologie come questa erano concepite dai governi come strumenti di propaganda nei confronti dei loro cittadini, e sono state promosse normative a volte brutali per controllare o ristrutturare la società. Quindi, che si pensi agli estremismi, al proibizionismo, alla guerra contro le droghe, alla grande società di Lyndon B. Johnson, o alla guerra in Iraq, la mentalità è la stessa: la mentalità è che il governo ha il potere di controllare e rifare la società e si crede che quando c’è un rallentamento allora bisogna aumentare la forza affinché la normativa diventi più efficace. Questo rapporto “più forza maggiore efficacia” è falso. In una democrazia — non in uno stato totalitario — più forza spesso significa meno efficacia. Il mio amico Castles dice che “una spintarella è meglio di un pugno” e che “le norme sono meglio del carcere”: dobbiamo imparare questo. Tutti dobbiamo impararlo: il potenziale dei governi di cambiare il mondo. Gli estremisti l’hanno dimenticato, da entrambe le parti, da sinistra e da destra: hanno bisogno di ricordare i limiti di ciò che può fare un governo, che ci sono dei vincoli naturali all’interno di una democrazia. Questi vincoli devono ispirarsi all’umiltà di governo, specialmente se ritorniamo al primo punto che ho trattato stamane, a proposito delle generazioni.

Perchè dobbiamo riconoscere in tutta umiltà che la moderna guerra che stiamo conducendo nel contesto della tecnologia di internet è una guerra contro i nostri figli. Noi stiamo aumentando vigorosamente le restrizioni sull’utilizzo di internet, e loro resistono alle nostre restrizioni anche più distruttivamente.

Dobbiamo riconoscere che noi, più anziani di Jane Wyman, noi che ancora non capiamo cosa può fare la tecnologia, noi dobbiamo riconoscere che non si può uccidere questa tecnologia, ma si può solo criminalizzarla. Non possiamo impedire ai nostri figli di essere creativi in un modo in cui non eravamo alla nostra età. Possiamo soltanto sotterrare la loro creatività. Non possiamo renderli passivi, possiamo solo renderli “pirati”, e la domanda che dovremmo porci è: questo è positivo? Nel mio Paese i ragazzi vivono in un’era di proibizione, la loro vita la vivono sempre contro la legge. Questo è corrisivo, corrode alle basi la democrazia.

Internet è libertà. Ma la libertà che cosa è? La libertà può produrre sia bene che male. La risposta matura alla libertà è minimizzare il negativo per proteggere ciò che c’è di buono, e la risposta di qualsiasi governo sano è di evitare qualsiasi guerra senza speranza. Ciò di cui abbiamo bisogno è maturità e buon senso da parte dei governi, che devono essere umili nel legiferare, e devono imparare fallimenti del Ventesimo Secolo; quindi, non vogliamo governi giovani e arroganti, che governino con la forza, dovunque nel mondo. Grazie.

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mag
01

Fradeve su Identi.ca

 

Con questo brevissimo post, oltre a notificare a tutti i lettori che in questo periodo sono così impegnato che preferisco evitare di scrivere piuttosto che snocciolare notizie banali, avviso tutti che da oggi sarò raggiungibile anche su Identi.ca, ovviamente con nome utente fradeve ;)

PS: avete mai provato il plugin per Gnome-Do “Ping.FM“? È fantastico, veloce, pratico e sulla mia Karmik-box gira favolosamente ;)

http://identi.ca/fradeve

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mag
01

The nerd score meme

 

I am nerdier than 95% of all people. Are you a nerd? Click here to take the Nerd Test, get nerdy images and jokes, and talk on the nerd forum!

Già, messi male….

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feb
22

Aggiornare comodamente JOSM-tested su Ubuntu

 

Per chi non lo sapesse, JOSM è l’editor più importante tra tutti quelli disponibili per contribuire al progetto OpenStreetMap. È scritto in Java ed è distribuito in due versioni, josm-tested è l’ultima versione “perfettamente funzionante”, mentre josm-latest è l’ultima versione disponibile in assoluto, stabile ma comunque in continuo sviluppo.

Tutti i mapper di OpenStreetMap che non abbiano dimestichezza con i linguaggi di programmazione sufficiente da automatizzare il processo, hanno sempre provveduto da se a scaricare (ogni tanto, quando capita) l’ultima versione disponibile di JOSM dal sito ufficiale, considerato che quella che c’è nei repository di Ubuntu viene aggiornata molto molto raramente.

La soluzione? Il mapper pugliese Paki ha creato un PPA per gli utenti Ubuntu/Debian in cui distribuisce le due versioni di JOSM, entrambe aggiornate all’ultima disponibile, che verranno rese disponibili velocissimamente non appena rilasciate sul sito ufficiale. Per partire con l’installazione, è sufficiente aggiungere il repository di Paki e installare i pacchetti josm-tested o josm-latest.

Più comodo di così :) Adesso non resta che far rockeggiare OpenStreetMap nella vostra città :D

Incollo di seguito la sua mail:

Mi presento, sono Pasquale Ambrosini e faccio attualmente parte della comunità pugliese di OpenStreetMap. Grazie all’ausilio di launchpad, ho aperto un repository contenente le ultime versioni di josm-tested e josm-latest.

Vi spiego in breve la politica che ho adottato:
Vi sarete sicuramente resi conto che nei repository Ubuntu, josm non è aggiornato molto spesso, anzi, per dirla tutta gli aggiornamenti sono più unici che rari. Quindi ho aperto un repository che contiene il pacchetto josm-tested che, verrà aggiornato non appena aggiorneranno il software. Convenzionalmente si potrà aggiornare dal gestore di pacchetti, come sempre.

Per josm-latest invece ho adottato una politica diversa, infatti la versione unstable è soggetta a molti aggiornamenti nell’arco della settimana e sarebbe impossibile “starci dietro”, così ho scritto uno script in python con librerie grafiche gtk che provvederà a verificare se, all’avvio ci sono aggiornamenti e in caso positivo, vi comunicherà l’aggiornamento. Quindi sarete voi stessi ad aggiornare, senza l’ausilio del gestore pacchetti, in maniera rapida e veloce. Ci tengo a precisare che i due pacchetti “josm-tested” e “josm-latest” non intaccano minimamente il pacchetto josm ma, useranno le vostre preferenze che usate normalmente. Per installare il repository su Ubuntu 9.10 (da terminale):

sudo add-apt-repository ppa:pasquale-ambrosini/josm && sudo apt-get update

Fatto ciò vi troverete i due pacchetti nel gestore pacchetti.

Vi lascio uno screenshot del downloader/installer:

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feb
10

Esclusiva per Ubuntu-it: Ubuntu al CERN di Ginevra

 

Come sicuramente saprete, il CERN è probabilmente il più grande esperimento di fisica nucleare al mondo (sicuramente il più grande d’Europa). Al CERN è nata la prima rete internet, ad opera di Sir Tim Berners-Lee, e la gestione automatizzata dell’informazione è sempre stato uno dei punti fondamentali su cui si lavora a Ginevra, tanto che è stata ideata una distribuzione pensata appositamente per le esigenze degli scienziati che ci lavorano: Scientific Linux (SL).

Tuttavia, non tutti i ricercatori lavorano su complessi sistemi di calcolo distribuito: gran parte del personale ha bisogno di una distribuzione che possa soddisfare le “piccole” esigenze di programmazione di tutti i giorni, e qui entra in gioco Ubuntu. Sondando un pò il terreno grazie alla dott.ssa Letizia Lusito, una cara amica che lavora al CERN, ho scoperto che Ubuntu è una delle distribuzioni più diffuse anche tra gli scienziati.

Vi lascio all’intervista :)

F: Presentati in 2 righi: età:
L: Non me la ricordo mai (troppa scazza aggiornare il database ogni anno); la data del compleanno invece quella si: 06/09/1982….fate voi il conto :)

F: Dove lavori?
L: Sono all’ultimo anno (3°) del dottorato di ricerca in Fisica, presso il Dipartimento di Fisica “M. Merlin” dell’Università degli Studi di Bari.

F: Che distribuzione GNU/Linux utilizzi?
L: UBUNTU 9.10 (karmic), kernel Linux 2.6.31-18-generic, GNOME 2.28.1

F: Da quanto tempo la usi?
L: Ho aggiornato alla 9.10 appena è uscita… in generale uso Linux (passando a Ubuntu da WinZozz) da 1 anno e qualche mese.

F: Che rapporti ci sono tra te e il pinguino? Usavi GNU/Linux prima di arrivare al CERN?
L: No mai….mi sono decisa a compiere il grande salto perchè il tecnico del computer era sempre troppo impegnato per risolvere i miei problemi con Windows… e tutti i miei colleghi mi hanno detto di passare a Linux, che a detta loro è migliore (adesso, condivido)!

F: Che tipo di uso si fa di GNU/Linux e Software Libero al CERN?
L: Direi esteso: si fa quasi tutto con Linux. In totale avrò visto Windows e una applicazione Windows 2 volte in questi 3 anni… comunque ci sono moooolti Mac.

F: Esiste un repository online di software GNU/Linux usato dal CERN ( http://linux.web.cern.ch/linux/ ) ed una distribuzione personalizzata, “Scientific Linux CERN 5 – SLC5X”, basata su Red Hat Enterprise, l’hai mai usata?
L: No e no…comunque alcuni miei amici usano Scientific Linux e mi hanno detto che non è molto buona per l’utilizzo desktop… quindi continuo con la mia Ubuntu, diciamo che “Scientific Linux” si usa molto di più per il controllo dei detector (e questo non è il mio campo di attività).

F: Al CERN lavorano centinaia di scienziati di decine di nazionalità; nei tuoi rapporti con l’estero, hai incontrato molte persone che utilizzano GNU/Linux ed in particolare Ubuntu?
L: Siiiiii…tantissime… :D

F: In particolare, che software usi e per quali scopi?
L: Uso Emacs per editare i miei programmi, ssh dal mio pc ai computer del Cern, uso il software dell’esperimento (CMSSW) che gira anche su GNU/Linux, poi programmi audio (Rhythmbox e VLC) per ascoltare la musica mentre lavoro… poi programmi per editare i pdf delle mie presentazioni, poi le applicazioni di open office… in particolare per le presentazioni e slide, latex, pidgin, skype, poi Firefox, poi Okular (a me piace), Gimp (a volte lo trovo un pò farraginoso…), qualche applicazione java (per EVO, una applicazione per videoconferenze).

F: Le tue mansioni al CERN ti portano ad usare un linguaggio di programmazione in particolare? Quale?
L: Si: C++, python, bash script.

F: Cosa vorresti vedere migliorato nella prossima Ubuntu di aprile?
L: Programmi per editare immagini (si l’avete capito… GIMP non mi piace moltissimo :-) ) e il supporto alle applicazioni Java.

F: In cosa pensi che GNU/Linux debba ancora migliorare per trasferirsi dai grandi centri scientifici ai desktop di migliaia di utenti?
L: Il modo di installare i programmi: dovrebbero esserci solo installazioni assistite come i wizard di Windows direttamente doppio-cliccando sull’eseguibile… e poi solo pubblicità pubblicità pubblicità… insomma ora gli stand della Apple sono pienissimi di gente, che guarda i programmi TV in cui si vedono solo Mac… pensateci: in quanti programmi TV o film si vede una mela e in quanti un pinguino?

F: Grazie per il tempo e la schiettezza :D
L: Ciao!

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feb
09

SPyQR: dalla comunità pugliese di Ubuntu-it una GUI per qrencode

 

Ebbene si, è disponibile direttamente dai ppa l’invenzione che tutti noi stavamo aspettando! SPyQR, un’interfaccia grafica per le librerie open source che generano il codici QR!

Pasquale Ambrosini aka Pakizip, programmatore emergente (nonché mapper di OpenStreetMap e amico) ha appena rilasciato SpyQR, che consente, attraverso interfaccia grafica user fiendly scritta in pyGTK, di generare QR codes in maniera facile ed intuitiva.

Caratteristiche:

  • Supporta più di 4000 caratteri

  • Possibilità di aumentare la grandezza di output del QRCode

  • Possibilità di scegliere dove salvare il QRCode

Per aggiungere il repository alla propria lista, dare il seguente comando:

sudo add-apt-repository ppa:pasquale-ambrosini/spyqr

Quindi aggiornare i propri repository ed installare il pacchetto con

sudo apt-get install spyqr

È ancora in fase di test, per segnalare bug, malfunzionamenti o suggerimenti<br />non esitate a contattarlo (pasquale.ambrosini@gmail.com).

Buon coding!!

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